Nessuno è me
E forse è un bene
Generale, queste cinque stelle
Queste cinque lacrime sulla mia pelle
Che senso hanno dentro al rumore di questo treno?
Che è mezzo vuoto e mezzo pieno
E va veloce verso il ritorno
Tra due minuti è quasi giorno
È quasi casa, è quasi amore
Da qualche parte, in qualche vecchio femminile - probabilmente uno di quelli che ha chiuso e fallito e forse non è stato un danno per l’umanità - devo aver sentito parlare di sindrome del nido vuoto, che starebbe a indicare la sensazione che provano le mamme quando i “piccoli” (in Italia mediamente trentenni) lasciano la casa e se ne vanno per la loro strada. Noi mamme veniamo sempre descritte come animalesche e grottesche, ci avete fatto caso? In questo caso ci descrivono come uccelle disperate e impazzite. Eppure la nostra vita, da qualche secolo, non ha più nessuno spazio per assecondare l’istinto naturale. Ora che ci penso, in quarant’anni ho fatto solo due cose guidate dal puro istinto: partorire e allattare. Nessun corso per gravide, nessun libro di puericultura: nel primo caso ho solo spinto, nel secondo caso il pianto delle mie bambine faceva zampillare il latte dalle mie tette. Crescere le bimbe invece è stato un lavoro razionale e, in buona misura, socio-culturale. Così come lasciarle andare: l’istinto non c’entra nulla.
Però sì, da quando le bimbe hanno preso un po’ la loro strada (viaggi, esperienze, convivenza col papà in un’altra città), mi sento un po’ confusa. Questo non ha propriamente a che fare con la constatazione che la casa è spesso vuota: quella è la parte bella. Piuttosto, mi sento uno di quei personaggi di Kurt Vonnegut un po’ anarco-socialisti, un po’ disadattati, che sopravvivono a una qualche devastazione nucleare. Smarriti e soli ma non più o meno anarchici e disadattati di prima. Alla perdita sono abituata: tutto è impermanente, i babbi, i figli, gli amici a quattro zampe, i fidanzati, le mamme, i nonni, i fratelli, gli esseri viventi in generale, ma anche le cose, le case. La vera novità, quello che un po’ mi spiazza, è la vasta prateria che ho di fronte. Da bambina sognavo di diventare presto adulta per non dover costantemente dipendere dalle scelte dai miei famigliari adulti disfunzionali, poi me ne sono andata di casa e sono diventata io, l’adulto da cui gli altri dipendevano. In questi quarant’anni, insomma, non sono mai stata la mia prerogativa. E’ strano, sarà per questo che ultimamente mi attacco tanto ai miei animali domestici.
Adesso che sono più sola o più libera, ogni giorno metto tutto in discussione: l’ecosistema che ho costruito per crescere le mie tre bimbe, è ancora necessario? Metto in discussione il fatto di vivere in Italia, metto in discussione il mio stile di vita, metto in discussione la mia casa. Un giorno vernicio la camera delle bimbe, il giorno dopo penso ai viaggi che farò quando avrò disdetto l’affitto. Penso che vorrei stare qualche mese a Berlino, penso a un viaggio in India da sola, con L. addirittura abbiamo parlato di camperizzare la macchina e di fare un viaggio di quelli dove dormi abbracciato alle pentole e al fornellino e fai i bisogni in una comoda buca praticata nel terreno (la proposta è stata la sua, poi gli ho fatto presente che non ci saremmo potuti lavare, allora si è riscosso è ha detto: “mi sto valentinizzando”).
Eppure non faccio nulla di tutto ciò. Sto vivendo un periodo positivo con il mio posto fisso, e prenotavo molti più viaggetti e weekend quando dovevo spostare (e pagare per) quattro persone che ora, che potenzialmente ho tutti i weekend del mondo. Prima c’era la voglia di zingarate con le mie bambine, ora c’è L. che cucina, la copertina, i miei libri e il telefono a portata di mano, che sai, magari chiamano.
Come figlia, considero al limite del ridicolo la pretesa di mia madre di essere capita, di non essere messa in discussione; come madre, invece a volte vorrei essere capita. Paradossale, no? Vuoi che i tuoi genitori restino un archetipo, qualcuno che ti deve e basta, e lo pretendi, e insisti, anche se è evidente che non hanno nessuna intenzione di metterti nella lista delle priorità; mentre come genitore vorresti che fosse presa in considerazione la tua storia, prima di essere giudicata duramente come solo i figli sanno fare. Comunque, mi sono sentita più capita come mamma che come figlia. Credo che se hai buone intenzioni ogni singolo giorno da quando hai partorito, ti si potrà pure accusare di avere sbagliato, ma non di aver agito in malafede. Ma quando non hai più i figli sott’occhio, te lo chiedi continuamente, se ti vogliono ancora bene oppure se finisce tutto così, e allora tanto valeva andare a vivere in Argentina come avevo progettato prima di quel test di gravidanza.
La cosa da non fare in questi casi: farsi influenzare da quello che dice la gente online, che siano altri genitori, che siano psicologi in cerca di clienti o attenzioni. Non farsi influenzare da quelli che parlano della genitorialità come di una qualifica professionale, quando l’unica cosa certa al mondo, è che i figli si fanno scopando e non studiando pedagogia. Da quelli che dicono che anche con un bambino piccolo devi mantenere vivi i tuoi interessi, ma col cazzo che se ne occupano mentre fai yoga. Quelli che dicono che chi guadagna poco non dovrebbe fare figli. Gli insegnanti che “le famiglie sono assenti, dobbiamo fare tutto noi”, però poi se fai la casalinga la gente ti disprezza perché saresti una donna non indipendente. Quelle che fanno i corsi su come pretendere da un co-genitore che guadagna più di te. Quelli e quelle che spiegano, che sanno sempre qual è la cosa giusta, quando è ovvio, è ovvio, che avere certezze significa aver vissuto poco, e probabilmente non conoscere nessuno, ma proprio nessuno, di cultura d’origine, colore, età, censo, idee politiche diversi dai propri.
Perché più vivi, meno sai.
Nessuno ha la mia stessa storia, nessuno ha le mie stesse figlie, nessuno è me.


Amen sorella!!! Grazie 🙏
Che bella mail grazie !