Ca' Doja
Una casa che mi sono portata dietro
I miei nonni, che ho amato profondamente, erano arrivati a Faenza città subito dopo la guerra, prima nelle baracche e poi nelle case popolari, ma erano gente di campagna, e tali sono restati per tutta la vita, nello spirito e nelle abitudini. A casa dei nonni materni ad esempio la sporcizia e la trascuratezza domestica erano strutturali. Negli anni ottanta e novanta vivevamo ancora come fossimo in una baracca in campagna con la stalla accanto. La vergogna e l’inadeguatezza condivisa erano forse la cosa che più ci rendeva Famiglia.
Invece, i miei nonni paterni, del lavoro e della povertà erano anche riusciti a farne Memoria, Costruzione. Vissero in un vecchio casone in centro prima e in un lindo appartamentino popolare poi, ma non dimenticarono mai la campagna e negli anni settanta stipularono un accordo con la curia per restaurare un vecchio casolare diroccato in collina: in cambio dei lavori, fatti in economia e nel weekend, potevano usufruirne gratis per trent’anni. Nel fine settimana, quando il nonno non era occupato nella sua bottega di tappezziere, né come maschera notturna al cinema, se ne andavano finalmente in campagna. A lavorare di nuovo.
Quando sono arrivata io, la casa aveva già una sua forma, e le gesta per costruirla erano diventate mitiche: ci avevano lavorato mio zio e sua moglie, che avevano poco più di vent’anni, ci avevano lavorato i miei nonni paterni, era intervenuto mio padre, prima di andare in comunità, e si narra persino che mio nonno materno avesse portato i grossi tronchi che sarebbero serviti da travi per il tetto, con il suo camion per traslochi. Non so come poté affrontare il tragitto fin lì con un mezzo pesante, però ricordo nitidamente che l’alcol lo rendeva molto coraggioso alla guida. Per la cronaca, i miei due nonni avevano fatto insieme un anno di elementari. Non si sono mai potuti sopportare.
Quel casolare è stato poi restituito, come da accordi, e qualche anno fa, durante un trekking con le mie amiche e le nostre bambine, ci capitai di fronte e appresi che era stato trasformato in un resort.
Allora si chiamava Ca’ Doja, cioè Casa delle Doglie, per via della strada. Era costituita da una grande e fresca stanza con un cucinotto, un tavolo e dei divani per dormire, un magazzino, un “casone” (un grande patio con un tavolo, poltrone e sedie a dondolo, dove si passava il tempo) e tanto, tanto prato circondato da boschi. Non vi arrivava l’acqua corrente, e per cucinare utilizzavamo delle taniche riempite a una fonte vicina.
Io mi ricordo là, molte domeniche in estate, stesa su un’amaca, a raccogliere le amarene, o nel “casone” con la nonna e la prozia.
Non era la casa in campagna che oggi qualcuno potrebbe sognare, ma era là che succedeva la vita, era là che mia nonna aveva piantato una rosa in occasione di ogni nuova nascita, era là che i due patriarchi avevano lavorato assieme, era là che persino portare l’acqua per la pasta necessitava il lavoro delle braccia.
Volevo scrivere di quanto montare la tenda nel nostro Appennino mi faccia sentire come allora: accaldata, affaccendata, ma con i problemi parcheggiati altrove, laggiù, dove la strada di ghiaia diventa troppo stretta e bisogna proseguire a piedi.
Ma niente, ho scritto di Ca’ Doja.
Forse è la stessa cosa?


Che bel racconto. E sí, penso che la tua tenda nell' odore di erba secca e fichi maturi sia molto vicina all'amaca nel casone.
Te l'ho già scritto una volta Valentina ma leggerti è sempre un po' come venire a casa tua, sedersi e stare ad ascoltare mentre racconti un ricordo semplice come questo di Ca' Doja.Una storia di persone impastate con il sudore, la fatica, il vivere come si sa e come si può, senza tanti fronzoli. Scusa se mi permetto ma mi è venuta in mente mia nonna materna con la pancia bruciata perchè era piccolina ma faceva la cuoca in un lanificio di Roma e per manovrare i pentoloni ci si doveva appoggiate con la pancia, appunto. O i nonni paterni venuti a Roma da Montepulciano: Emilio burbero e misogino e Maria che era rimasta incinta a 18 anni e nonostante il matrimonio riparatore nessuno le rivolgeva più la parola in paese. Scusa ho divagato. La storia cbe hai scritto mi è piaciura tanto.